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Mio figlio di 6 anni ha problemi a socializzare

Mio figlio ha 6 anni ed è generalmente un bambino socievole che fa velocemente amicizia con bambini che non conosce. Da un mese e per sua scelta ha iniziato, oltre alla scuola primaria, la scuola calcio. Bene, pur amando giocare a calcio, durante gli allenamenti sono emerse un sacco di difficoltà. Il bambino non riesce a inserirsi nel gruppo, si emargina e viene emarginato tanto che durante le partite non riuscendo completamente ad entrare nel gioco, si morde le unghie in segno di disagio. Ovviamente ha iniziato a dire che non vuole più andarci, non sapendone spiegare il motivo che però è evidente. Rivedo me da piccola, con gli stessi problemi di socializzazione, che ho tutt'ora, e l'incapacità di riuscire negli sport. Non so come comportarmi con lui, vorrei aiutarlo e sostenerlo, e non vorrei che abbandonasse un qualcosa che gli piace per una difficoltà che io non ho mai superato ma che forse lui, anche con il mio aiuto, può riuscire ad affrontare.

Cara Federica, il tuo bambino sta affrontando un passaggio di crescita molto complesso. La scuola elementare è un'esperienza di non facile gestione. I bambini devono allenare la loro capacità di attenzione, confrontarsi con una giornata non più volta all'apprendimento sotto forma di gioco, ma piena di nuove regole e prestazioni. A questa età non è facile gestire in modo adeguato le emozioni, il bambino non è in grado di tollerare più di tanto le frustrazioni e spesso reagisce mettendo in atto rifuti ed evitamenti. Stessa modalità avviene all'interno di una dimensione sportiva come, in questo caso, una società calcistica. All'inizo della mail hai scritto che il tuo bambino è generalmente socievole, quindi è in grado di confrontarsi con nuove amicizie. Il fatto che non riesca ad inserirsi nel gruppo e che venga emarginato mi fa riflettere; una qualsiasi società sportiva dovrebbe aiutare e promuovere l'inserimento del singolo all'interno del gruppo e dare a tutti la possibilità di esprimersi e di giocare; come fa un bambino a soppesare le sue capacità o a confrontarsi se non gliene viene data l'opportunità? E se un allenatore si trova di fronte ad un bambino che ha bisogno dei suoi tempi per integrarsi che tipo di strategie mette in atto per aiutarlo? Dovrebbe essere una guida e non un giudice. Purtroppo negli ultimi anni non è il primo caso che sento relativo al mondo del calcio. Alcuni ragazzi che sono venuti in terapia da me avevano cominciato a soffrire di panico e di fobia sociale proprio perchè non riuscivano a farsi spazio all'interno della propria squadra, venivano messi sempre in panchina e anche offesi per questo. Sarebbe importante che tu parlassi con chi allena il tuo bambino per chiedere spiegazioni. Non dovrebbe sperimentare a sei anni il rifiuto e l'ansia da prestazione, ma la passione e la voglia di mettersi in gioco. Quando una situazione ci crea ansia e difficoltà tendiamo ad evitarla; a breve termine questo ci da sollievo, mentre a lungo termine diventa un costo emotivo troppo alto. Parla con il tuo bambino anche riportando la tua esperienza personale; cerca di capire che paure ha o che sensazioni lo accompagnano durante le partite. Dopo esserti fatta un quadro abbastanza completo valuta anche la possibilità di far lavorare il tuo bambino in terapia; se tende a scoraggiarsi di fronte alle difficoltà o a non riconoscere i suoi limiti e le sue risorse esistono tanti strumenti e tecniche utili e importanti che lo potrebbero aiutare. Se hai bisogno di confrontarti ancora io sono qui. Intanto ti auguro una buona serata; e ti ringrazio perchè sono proprio le persone come te che riconoscono i disagi e hanno l'umiltà di chiedere aiuto che mi fanno credere ogni giorno di più in quello che faccio. Un abbraccio non solo da una terapeuta ma anche da una mamma di due bimbi, uno di 6 anni e uno di 6 mesi.

Dott.ssa Ilaria Pavone

Questa è una delle risposte date alla domanda “Mio figlio di 6 anni ha problemi a socializzare” presente su Psicologi-Italia.it.


Altre letture di psicologia

Un articolo interessante sulla psicoanalisi è presente a questo indirizzo:
psicoterapia-psicoanalisi.com/psicoterapia.html

Molte informazioni sullla sindrome del deficit di attenzione conosciuto anche come A.D.H.D; le trovate su questo sito: http://sindromedeficitattenzione.it/

Altra risorsa utile che ci sentiamo di segnalare: www.psicoterapialombardia.it : Elenco Psicoterapeuti a Milano

Se invece siete interessati alle problematiche sociali e psichiche che riguardano l'adolescenza; vi consigliamo di visitare il sito della Dott.ssa Minichetti: www.psicologoadolescentiroma.it


Psicologia infantile

La psicologia è quella scienza che studia il comportamento degli individui, e quelli che sono i loro processi o “funzionamenti” mentali. Questi studi si concentrano sulle dinamiche interne dell’uomo, sul suo rapporto con l’ambiente, con gli altri, sul rapporto tra gli stimoli sensoriali che riceve e il modo in cui li elabora ed esprime. Quando si sente parlare di psicologia infantile allora, si ragiona su tutti questi aspetti legati però al mondo dell’infanzia, periodo estremamente importante per il processo di formazione dell’individuo. Molti traumi riscontrati dalla psicologia infantile infatti, sono legati ad episodi accaduti durante l’infanzia, che ancora influenzano il comportamento dell’individuo adulto nonostante il cervello abbia rimosso il fatto in se, lasciando solo uno strascico di paure e fobie. La psicologia infantile non si occupa solo della cura di eventuali traumi dell’infanzia, ma anche dell’educazione e dell’assistenza ai bambini, legandosi dunque alle metodologie pedagogiche, allo scopo di non far nascere mai questi traumi e queste paure, o per lo meno di ridurne il numero. La psicologia infantile nasce all’interno degli studi sulla materia di quelli che vengono considerati i pionieri del genere: il Professor Arnold Gessel e il Professor Alfred Binet. L’intuizione di lavorare direttamente sul bambino e sulle dinamiche del cervello infantile, nasce di certo da una sorta di amore per il mondo dell’infanzia, una vocazione vera e propria. Si sa, per lavorare a stretto contatto con i bambini bisogna possedere buone doti di pazienza e tranquillità, che proprio solo una vocazione possono garantire. La scuola rappresenta un istituzione fondamentale per la crescita e la formazione dell’individuo. Ogni uomo, dai tre ai sei anni circa, impara proprio qui a rapportarsi agli altri, sviluppando da subito quelle peculiarità emozionali che andranno a formare il suo carattere. L’importanza del lavoro pedagogico è dunque fondamentale per la fornitura di una corretta visione del mondo e degli eventi. Il lavoro di insegnanti ed educatori, chiamati proprio ad instaurare un rapporto con il bambino, diventa davvero fondamentale. Anch’esso quindi è un tipo di mestiere da svolgere in modo coscienzioso, con le dovute accortezze ed imprescindibile professionalità. Anche qui gioca un ruolo fondamentale la capacità di rapportarsi agli infanti, il desiderio di rappresentare per loro un punto di riferimento, anche quando la situazione degenera e la pazienza comincia a vacillare. Bisogna allora puntare il dito sull’istituzione scolastica come perno fondamentale per la formazione delle nuove generazioni, fornendole tutta l’assistenza necessaria nella formazione e scelta dei suoi educatori, assistenza che si concretizza soprattutto nell’erogazione di denaro per garantire la loro sussistenza e la necessaria tranquillità nello svolgimento delle sue tante attività. Oggi molti asili nido privati aprono le porte ai tanti bimbi che, per diverse ragioni, non riescono ad entrare nei posti pubblici: il privato non spaventa, certo, e molti insegnanti sono di una professionalità impeccabile. Il binomio pubblico - privato potrebbe in effetti “alzare il tiro” della competizione alla sola eccellenza nel settore. Ci auguriamo però che non accada il contrario, e che l’accesso ai posti da educatore non risulti possibile anche alle dubbie competenze, almeno in quel periodo preciso della vita dell‘uomo, quando un cattivo insegnante può davvero compromettere il futuro del malcapitato alunno.


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